giovedì 9 aprile 2026

La fede è sempre un viaggio



La nostra sensibilità spirituale
è la parte che ci permette di avvicinarci al divino, sia in questo mondo che in quello a venire. Questa parte del nostro essere è riservata soltanto a noi e al nostro Creatore.
I sensi sono come delle porte, che ci aprono ai sentimenti, alle emozioni, ai nostri umori, alle relazioni. Ed è così non solo nei rapporti con ciò che ci circonda e con gli altri, ma anche con Dio; ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci bene in esso. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”. San Tommaso d’Aquino, il grande teologo e filosofo medievale, sosteneva che: “nulla è nella mente che prima non sia stato nei sensi“. 
I sensi materiali, vista, udito, gusto, olfatto e tatto, sono  un’interfaccia, tra il mondo esterno e quello interno, quindi conoscere, allenare e purificare i propri sensi è strettamente collegato con i pensieri, con le emozioni e con la volontà. Attraverso le percezioni sensoriali prendiamo decisioni, siamo influenzati dal contesto, siamo spinti verso l’azione oppure verso l’immobilità, possiamo incorporare le relazioni e vivere sentimenti contrastanti.

Ma ci sono modalità diverse di vivere la propria sensorialità, a volte modalità opposteChi presta poca attenzione ai propri stimoli sensoriali vive una vita distaccata dalla realtà, disattenta, spesso frettolosa, si concede poco spazio per riflettere e per contemplare, non riesce a concentrarsi su obiettivi gratificanti e fatica ad esercitare la volontà. Nella preghiera è sovente freddo e formale.

Chi invece presta troppa attenzione agli stimoli sensoriali esterni vive una vita costantemente sollecitata, distratta ed emotiva, anche in questo caso rimane poco spazio per riflettere e per contemplare, ancor meno per orientare la volontà in modo fermo ed efficace. Dal momento che i sensi materiali sono porte che fanno entrare in noi l’esperienza e la concretezza del reale occorre vigilare su essi per evitare eccessi.

                                         

I cinque sensi spirituali sono una trasposizione interiore dei sensi fisici (vista, udito, olfatto, gusto, tatto), descritta da autori spirituali e mistici (come Agostino) per indicare la capacità dell'anima di percepire la presenza divina e le realtà spirituali. Permettono di "gustare" la dolcezza di Dio e "vedere" la sua luce, elevando l'esperienza di fede da astratta a vissuta. Tutto ciò che siamo e abbiamo di buono è opera del Signore. Per cogliere la Sua presenza, però, occorre che i nostri sensi siano purificati, che ritrovino l’equilibrio necessario. 

Un buon esercizio è verificare come usiamo i nostri sensi. Chiediamoci: quali sono quelli che mi creano problemi e non mi aiutano a trovare silenzio e pace e quelli che invece mi danno serenità. Dio ci dona tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere davvero capaci di vedere, sentire, gustare e toccare l’invisibile. Lo fa attraverso il Battesimo, con il Suo Spirito, dandoci dei sensi nuovi, quelli spirituali. Sono questi che ci permettono di trovare Dio nella realtà terrena e arrivare a connetterci a Lui in quella divina.

E' arricchente conoscere il modo in cui i cinque sensi corporei possono aprirsi a un’esperienza spirituale autentica, radicata nella storia cristiana e animata dallo Spirito del Risorto. In che modo i nostri cinque sensi possono entrare — o meno — nella nostra relazione con Dio? In effetti, l’udito, la vista, il gusto, il tatto e l’olfatto, i nostri cinque sensi, sono i primi mezzi del nostro rapporto con il mondo, i nostri primi agenti di contatto con la realtà. Sono i primi vettori, non solo della nostra comunicazione, ma anche della nostra comunione o, se sussiste un disagio, della nostra distanza.

S'Agostino ci parla dei cinque sensi, vista, udito, olfatto, gusto e tatto, come strumenti fondamentali per la vita quotidiana e quella spirituale. 
I sensi sono come delle porte, che ci aprono ai sentimenti, alle emozioni, ai nostri umori, alle relazioni. Ed è così non solo nei rapporti con ciò che ci circonda e con gli altri, ma anche con Dio”.
Tutto ciò che siamo e abbiamo di buono è opera del Signore. Per cogliere la Sua presenza, però, occorre che i nostri sensi siano purificati, che ritrovino l’equilibrio necessario. Un buon esercizio è verificare come usiamo i nostri sensi. Chiediamoci: quali sono quelli che mi creano problemi e non mi aiutano a trovare silenzio e pace?

Dio ci dona tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere davvero capaci di vedere, sentire, gustare e toccare l’invisibile. Lo fa attraverso il Battesimo, con il Suo Spirito, dandoci dei sensi nuovi, quelli spirituali. Sono questi che ci permettono di trovare Dio nella realtà terrena e arrivare a connetterci a Lui in quella divina”.
Lasciamoci trasformare.
                               

















Risvegliamo questi sensi facciamolo con il fuoco dello Spirito, entrando in contatto nel profondo con Lui, meditando su di noi e ciò che viviamo. Attivando lo Spirito gli permettiamo di dominare il nostro corpo e la nostra psiche, e trasformarci davvero. Solo così il Signore ci illuminerà pure nelle parti più nascoste del nostro cuore e ci ‘sentiremo’ benedetti, anche se i nostri sensi carnali ci diranno il contrario”.


sabato 28 marzo 2026

Settimana Santa 2026




                                   La Pasqua di Gesù è un evento che non appartiene a un lontano passato. La Chiesa ci insegna a fare memoria attualizzante della Risurrezione ogni anno nella domenica di Pasqua e ogni giorno nella celebrazione eucaristica, durante la quale si realizza nel modo più pieno la promessa del Signore risorto: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Per questo il mistero pasquale costituisce il cardine della vita del cristiano, attorno a cui ruotano tutti gli altri eventi. Possiamo dire allora, senza alcun irenismo o sentimentalismo, che ogni giorno è Pasqua. Una grande filosofa del Novecento, Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, che ha tanto scavato nel mistero della persona umana, ci ricorda questo dinamismo di costante ricerca del compimento. «L’essere umano – ella scrive – anela sempre ad avere di nuovo in dono l’essere, per poter attingere ciò che l’attimo gli dà e al tempo stesso gli toglie». Siamo immersi nel limite, ma siamo anche protesi a superarlo. L’annuncio pasquale è la notizia più bella, gioiosa e sconvolgente che sia mai risuonata nel corso della storia. Essa è il “Vangelo” per eccellenza, che attesta la vittoria dell’amore sul peccato e della vita sulla morte, e per questo è l’unica in grado di saziare la domanda di senso che inquieta la nostra mente e il nostro cuore. L’essere umano è animato da un movimento interiore, proteso verso un oltre che costantemente lo attrae. Nessuna realtà contingente lo soddisfa. Tendiamo all’infinito e all’eterno. 

Ciò contrasta con l’esperienza della morte, anticipata dalle sofferenze, dalle perdite, dai fallimenti. Dalla morte «nullu homo vivente po skampare», canta San Francesco (cfr Cantico di frate sole). Tutto cambia grazie a quel mattino in cui le donne, recatesi al sepolcro per ungere il corpo del Signore, lo trovarono vuoto. La domanda rivolta dai Magi giunti dall’oriente a Gerusalemme: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,1-2), trova la sua risposta definitiva nelle parole del misterioso giovane vestito di bianco che parla alle donne nell’alba pasquale: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. Non è qui. È risuscitato» (Mc 16,6). Da quel mattino fino a oggi, ogni giorno, Gesù avrà anche questo titolo: il Vivente, come Lui stesso si presenta nell’Apocalisse: «Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Ap 1,17-18). E in Lui noi abbiamo la sicurezza di poter trovare sempre la stella polare verso cui indirizzare la nostra vita di apparente caos, segnata da fatti che spesso ci appaiono confusi, inaccettabili, incomprensibili: il male, nelle sue molteplici sfaccettature, la sofferenza, la morte, eventi che riguardano tutti e ciascuno. Meditando il mistero della Risurrezione, troviamo risposta alla nostra sete di significato.


Davanti alla nostra umanità fragile, l’annuncio pasquale si fa cura e guarigione, alimenta la speranza di fronte alle sfide spaventose che la vita ci mette davanti ogni giorno a livello personale e planetario. Nella prospettiva della Pasqua, la Via Crucis si trasfigura in Via Lucis. Abbiamo bisogno di assaporare e meditare la gioia dopo il dolore, di ri-attraversare nella nuova luce tutte le tappe che hanno preceduto la Risurrezione. La Pasqua non elimina la croce, ma la vince nel duello prodigioso che ha cambiato la storia umana. Anche il nostro tempo, segnato da tante croci, invoca l’alba della speranza pasquale. La Risurrezione di Cristo non è un’idea, una teoria, ma l’Avvenimento che sta a fondamento della fede. Egli, il Risorto, mediante lo Spirito Santo continua a ricordarcelo, perché possiamo essere suoi testimoni anche dove la storia umana non vede luce all’orizzonte. La speranza pasquale non delude. Credere veramente nella Pasqua attraverso il cammino quotidiano significa rivoluzionare la nostra vita, essere trasformati per trasformare il mondo con la forza mite e coraggiosa della speranza cristiana. Nelle Domenica delle Palme la liturgia ha una "doppia personalità": accogliamo il Messia con rami di ulivo e palme, ma entriamo subito nel silenzio della Passione. È l'ultimo passo del cammino quaresimale verso il giardino della Pasqua. In questa "settimana delle settimane", siamo invitati a metterci in ascolto della voce del Signore che si spoglia di tutto per amore, insegnandoci la vera via della libertà. Iniziamo la Settimana Santa con un contrasto forte. Le stesse persone che gridano “Osanna” pochi giorni dopo gridano “Crocifiggilo”.

Non è solo una pagina del Vangelo: è qualcosa che ci riguarda. Seguire Gesù è facile quando entusiasma, quando sembra vincere, quando non costa troppo. È più difficile restare quando tace, quando non si difende, quando non risponde alle provocazioni. Nella Passione, Gesù non grida più. Sceglie il silenzio. Non per debolezza, ma per amore. Questa domenica non ci chiede di essere coerenti a parole, ma di guardarci dentro: in quali momenti diciamo “Osanna” e in quali, invece, ci allontaniamo? Non cerchiamo risposte giuste. Cerchiamo verità. E impariamo, passo dopo passo, a restare. La Quaresima ci conduce qui: al digiuno più difficile, quello della lingua e del giudizio. Seguire Gesù significa imparare l’“elemosina dell’ascolto”: restare accanto al dolore senza spiegazioni, senza condanne. Il vero amore non grida, rimane. Seguire Gesù nella Passione significa accettare la vulnerabilità, fidarsi anche quando tutto sembra fallire. È credere che Dio ci afferra proprio lì dove noi ci sentiamo persi. Questa Settimana Santa non ci chiede di spiegare la croce, ma di stare sotto di essa, lasciandoci amare fino in fondo.

Signore Gesù, Re mite e umile, vieni ad abitare nella nostra casa in questa Settimana Santa. Dammi tutto ciò che mi porta a Te e toglimi ciò che mi allontana da Te, affinché, seguendo le Tue orme sulla via della croce, possiamo giungere alla gioia della Risurrezione fiorita nel giardino della vita. Accogliamo il Messia con rami di ulivo e palme, ma entriamo subito nel silenzio della Passione. È l'ultimo passo del cammino quaresimale verso il giardino della Pasqua. In questa "settimana delle settimane", siamo invitati a metterci in ascolto della voce del Signore che si spoglia di tutto per amore, insegnandoci la vera via della libertà. La Quaresima si chiude nel silenzio. Non con una spiegazione, ma con una consegna. Gesù entra nel Triduo non parlando, ma donandosi. Nel Giovedì Santo si inginocchia e lava i piedi: l’amore prende la forma del servizio. Nel Venerdì Santo tace sulla croce: l’amore accetta di non essere compreso. 

Nel Sabato Santo scende nel buio della terra: l’amore aspetta, senza fuggire. La croce non è la sconfitta di Dio, ma il luogo in cui Dio si fida dell’uomo fino all’estremo. È lì che Gesù consegna lo spirito, non come resa, ma come affidamento totale. E poi, nel silenzio della notte, accade l’imprevedibile. La pietra non viene spiegata: viene rotolata. Il sepolcro non viene decorato: viene svuotato. Il luogo della morte diventa giardino. La Pasqua non cancella le ferite, ma le trasfigura. Il Risorto porta ancora i segni dei chiodi, ma ora sono ferite che parlano di vita. Dalla croce al giardino non c’è un salto improvviso, ma una fedeltà d’amore. È il cammino di chi ha osato restare, di chi ha taciuto invece di ferire, di chi ha continuato a sperare anche quando tutto sembrava finito. 

Questo è l’annuncio pasquale: 
non siamo salvati perché forti, ma perché amati fino alla fine. 
E il giardino della risurrezione inizia ogni volta che, nella nostra vita, scegliamo di restare, di ascoltare, di fidarci, di amare senza misura💗