mercoledì 19 agosto 2026

La Dipendenza Affettiva e la paura di non essere amati

Love addiction


“A volte è come se mi mancasse
quella parte di anima
che si incastra nel puzzle del mondo.
Apro migliaia di scatole,
trovo pezzi bellissimi e colorati,
ma è dentro di me che manca il pezzo
con cui completare l’incastro”
Anonimo
PREMESSA
La sofferenza di cui intendo parlare in questo articolo rientra nelle cosiddette “new addiction”: la dipendenza affettiva. Si tratta di una dipendenza non legata all’utilizzo di sostanze, ma di tipo relazionale. Le somiglianze con le dipendenze da sostanze, come vedremo, sono molte, tali comportamenti sono finalizzati ad alleviare stati d’animo disforici, l’individuo può essere soggetto a crisi di astinenza e allo sviluppo della poca tolleranza che lo porta ad aumentare sempre di più la frequenza del comportamento percependo di non essere in grado di controllarlo. La società post- moderna, il nostro ambiente, è una società individualista in cui l’Io prevale sul Noi, viene definita da Baumann una società “liquida” in cui i legami tra le persone e con le istituzioni sono molto fragili. I contenitori sociali tradizionali come la famiglia, la scuola o le comunità religiose, non costituiscono più dei solidi punti di riferimento. Il bisogno dell’essere umano di sviluppare un’appartenenza è imponente ma non soddisfacente. Possiamo pensare all’uomo post- moderno, estremizzando un po’, come ad un albero senza forti radici che fatica a sviluppare i propri rami in una crescita armonica e bilanciata. Una società che non sostiene lo sviluppo delle appartenenze produce individui soli, confusi, fragili, eccessivamente digitalizzati, concentrati sulla superficie dell’essere ed incapaci di stare in contatto con le proprie emozioni e di individuare i propri bisogni. La struttura di personalità di chi è cresciuto senza riferimenti e certezze è spesso fragile e se a livello professionale può esserci una buona riuscita, a livello relazionale emergono grandi difficoltà. 
Il paziente affetto da dipendenza affettiva, fondamentalmente, si sente mancante, carente, incompleto.
Se la psicopatologia è la sofferenza della relazione, nella relazione trova la sua cura. Quell’incontro mancato che non ha permesso al paziente di sviluppare un senso di integrità emerge in terapia come bisogno di una specifica esperienza di contatto. C’è una verità silenziosa che molte persone portano dentro, spesso senza riuscire a darle un nome: non essere stati amati da bambini. Non parliamo solo di abbandoni fisici o di gravi maltrattamenti, ma di qualcosa di molto più sottile e profondo. Parliamo dell’assenza di sguardi che accolgono, di abbracci, di parole che rassicurano, di presenze che ci insegnano a sentirci degni, importanti, visti. Crescere senza amore o con un amore condizionato, malato, intermittente, giudicante ecc. lascia un segno invisibile nello sviluppo della personalità, ma potentissimo. Se quel genitore è assente, anaffettivo, ipercritico o instabile, il bambino non può riconoscersi come degno d’amore. Così si costruisce un sé fragile, frammentato, spesso portato a cercare conferme fuori, a tutti i costi. È come iniziare a scrivere la propria storia su un foglio già strappato o peggio ancora, macchiato.

STIAMO MOLTO ATTENTI  IN QUEST'ERA DIGITALE!!!

ENTRIAMO NELLO SPECIFICO
Un aspetto importante riguarda la distinzione tra la Dipendenza Affettiva e il Disturbo Dipendente di Personalità, in quanto spesso si tende ad equiparare le due condizioni. In realtà le due condizioni devono essere considerate in maniera separata per vari motivi. Nel disturbo dipendente di personalità prevale il bisogno di protezione e accudimento, nella dipendenza affettiva tale bisogno non è solo prevalente, ma esasperato. Le persone con disturbo dipendente di personalità permettono agli altri di impossessarsi e gestire le aree della loro vita, mentre nella dipendenza affettiva questo non accade;
Nel disturbo dipendente di personalità, la figura/causa della dipendenza viene subito sostituita con un’altra o con una sostanza, mentre nella dipendenza affettiva il paziente si “fissa” sulla relazione mancata e tenta di recuperarla in ogni modo.
Nel disturbo dipendente di personalità la dipendenza dalle altre persone è costante, essendo un tratto di personalità, mentre nella dipendenza affettiva si sviluppa solamente in alcune relazioni.
Possiamo dunque considerare la dipendenza affettiva come un disturbo relazionale del “qui e ora”, riconducibile anche ( MOLTO SPESSO) ad eventi traumatici infantili.

Chi è la persona con dipendenza affettiva?
La persona con dipendenza affettiva presenta una scarsa autostima e fiducia in sé stessa. Convinta di non meritare di essere amata, vive costantemente nella paura di non piacere, teme la solitudine, accetta di fare qualunque cosa per l’altro anche se questa va contro i suoi valori. Un complesso di inferiorità che induce la persona ad asservirsi e, talvolta, a tollerare l’intollerabile per conservare quel poco d’amore che è riuscita a strappare. Giacché fa fatica a porre dei limiti, nutre una paura viscerale di essere abbandonata. La sua libertà viene delegata a qualcun altro. Si mette sotto la tutela di questo il quale acquisisce un forte potere. Troppo occupata a ricercare fuori di sé ciò che crede di non trovare dentro, la persona si interessa poco a sé stessa fino a negare la propria identità ponendo la responsabilità della propria vita nelle mani di terzi rendendolo spettatore della propria esistenza.
La caratteristica prevalente di queste persone sembra essere una costante sfiducia in sé stessi ed una percezione di una enorme insicurezza personale e sociale. Permettono passivamente che gli altri dirigano quasi completamente la sua vita e non avanzano richieste per timore di compromettere queste relazioni considerate probabilmente protettive, delle vere e proprie ancore di salvezza. Si manifesta inoltre una difficoltà a prendere decisioni importanti; tipica la richiesta di continue ed eccessive rassicurazioni a persone significative. Questa caratteristica non rende le persone dipendenti in grado di prendersi cura di sé stesse senza che sia qualcun altro a farlo. Si considerano inadeguati ed indifesi e, pertanto, si potrebbero percepire come incapaci di affrontare il mondo e la vita con le proprie forze. Ricercano in genere relazioni strette soprattutto con qualcuno che sembra in grado di affrontare la vita, che li protegga e che si prenda cura di loro. Cedono, in altri termini, le proprie responsabilità in cambio di cure. Pur di compiacere l’altro significativo ed evitare il conflitto evitano ogni forma di controversia. Nel caso in cui la relazione dipendente finisse potrebbe esserci una sorta di sentimento di disgregazione con tendenza alla depressione e, l’unica alternativa, sembrerebbe essere trovare quasi immediatamente una sorta di rimpiazzo, una figura affiliativa nuova con cui ristabilire un legame appunto dipendente. 















STILE DI ATTACCAMENTO
Analizzando le caratteristiche degli individui con le varie tipologie di attaccamento, risulta evidente che le persone con attaccamento insicuro-ambivalente rispecchiano i tratti tipici degli individui con dipendenza affettiva: controllo ossessivo di sé, dell’altro e della relazione; la convinzione di non essere degni d’amore; la ricerca continua di relazioni simbiotiche con persone idealizzate; il terrore della separazione e della perdita.
L’esperienza del dipendente affettivo è stata caratterizzata da figure di riferimento presenti ma in maniera intermittente, arrivando spesso ad un’inversione di ruoli che vede il bambino adultizzato e il genitore-bambino. L'attaccamento insicuro (specialmente nella forma ansiosa-ambivalente) è una delle cause principali della dipendenza affettiva. Chi cresce con un legame instabile sviluppa la paura costante dell'abbandono e il dubbio di non valere abbastanza.
La paura dell'abbandono e la dipendenza affettiva sono profondamente collegate: la prima rappresenta la ferita emotiva di base (il terrore di restare soli o rifiutati), mentre la seconda è la strategia disfunzionale messa in atto per evitarla, portando la persona ad annullarsi pur di mantenere integro il legame. La dipendenza affettiva è una modalità relazionale in cui la persona si rivolge continuamente agli altri per essere aiutata, guidata, sostenuta. La persona dipendente, avendo una scarsa fiducia in sé stessa, fonda la propria autostima sulla rassicurazione, sull’approvazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza incoraggiamento esterno. Ha una inclinazione a delegare parti significative della propria personalità ad altri in cambio di una garanzia affettiva e di una rassicurazione.

ANSIA DI SEPARAZIONE
Una persona che soffre di ansia da separazione è un adulto ansioso che vive un costante senso di insicurezza, come di precarietà personale, e che tende a dirottare questa mole di ansia verso alcune persone significative. L’adulto con ansia da separazione teme che accadano cose assai spiacevoli o persino disastri alle persone care, è molto apprensivo rispetto alla salute dei propri familiari, genitori o fratelli, inoltre, se in coppia, teme l’allontanamento del proprio partner, quindi di essere lasciato. Ma, non si tratta di una comprensibile e umana paura che il partner lo lasci: piuttosto, si tratta di un senso di minaccia, di tensione incombente profonda e duratura che equivale allo stato di ansia e sgomento di un bambino abbandonato dai suoi genitori. E’ comune vedere anche una difficoltà o totale incapacità a stare da solo, sia a casa che fuori, l’adulto con ansia da separazione mostra un attaccamento eccessivo a determinate persone, in virtù del quale vive una dilagante paura di un qualche evento che possa separarlo da queste persone, tipicamente una malattia, un trasferimento o la morte naturalmente. Questa importante mole di ansia gli va a procurare un malessere diffuso, sia fisico che psicologico, che può manifestarsi in un corteo di sintomi fisici, cioè somatizzazioni, ricerca della prossimità fisica verso le persone alle quali è ultra legato, ricerca da loro di protezione e rassicurazione, ma anche, all’inverso, accudimento costante verso queste persone, infine, attacchi di ansia acuta o veri e propri attacchi di panico e insonnia. L’adulto che ha avuto questo problema fin dall’infanzia ha tratti dipendenti di personalità viene percepito dal partner e dagli altri  come richiedente, invadente, sempre bisognoso di attenzioni. Questo può portare a frustrazione e conflittualità nella coppia e in famiglia. La persona cerca strenuamente di non separarsi dalle persone significative: qualora questo accada, può andare in scompenso, cioè sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e veder diminuire drasticamente le proprie competenze relazionali, l’autonomia, il suo funzionamento quotidiano e la sua qualità di vita. Vissuti di tristezza, senso di vuoto, perdita d’interesse o di piacere, sonno disturbato, inappetenza, stanchezza cronica, sentimenti di autosvalutazione o di colpa ricorrenti, difficoltà a lavorare, agitazione, irritabilità, tensioni muscolari, sensazioni di ottundimento, mal di testa ricorrenti, gastriti, coliti e quant’altro sono tutti sintomi che, se perdurano nel tempo, rischiano di condurre a veri e propri disturbi d’ansia o a quadri depressivi.

LA CURA
La psicoterapia della Gestalt legge la dipendenza affettiva come un'interruzione del contatto sano al confine tra l'organismo e l'ambiente. Invece di vedere il problema solo dentro la singola persona, la Gestalt analizza la relazione come una "bolla" in cui il bisogno dell'altro serve a coprire un vuoto antico.
In un’ottica gestaltica, nella fase della dipendenza sana del bambino dalla madre c’è stato un vuoto, una mancanza dell’Altro che ha offerto una relazione non nutriente e priva del riconoscimento dei bisogni del bambino. 
Quest’ultimo, dunque, è rimasto “affamato”. 
La stessa può aiutare il paziente dipendente affettivo a riconoscere le complesse trappole cognitive ed emotive che lo conducono a sofferenza e infelicità ad affrontarle e anche a superarle. L’indipendenza si acquisisce con la crescita e quel progressivo processo che in psicologia viene detto di separazione ed individuazione. La persona dipendente deve disabituarsi ad un modo di amare insano e doloroso ed essere consapevole che si può amare in modo sano e appagante. Come in tutte le dipendenze, abbandonare l’oggetto che le causa provoca crisi di astinenza.  Per uscire dalla dipendenza affettiva questo deve essere messo in conto: è un processo che richiede pazienza e continuità ma dentro una sana relazione terapeutica basata su differenziazione e svincolo è possibile!

Psicoterapeuta della Gestalt
Maria Cristina Siino

lunedì 17 agosto 2026

Disturbo bipolare




Tutte le persone sperimentano nel corso della vita fluttuazioni dell’umore caratterizzate da momenti di gioia o di tristezza. Si tratta di oscillazioni fisiologiche che, in alcuni casi, possono diventare tanto intense e protratte da dare luogo a vere e proprie patologie definite “disturbi bipolari”.
Tali disturbi sono caratterizzati dall’alternanza di periodi di eccitazione (“mania”) o di euforia (“ipomania”), periodi di depressione e fasi più o meno lunghe di benessere (“intervallo libero o eutimia”).” In un terzo dei casi sono inoltre presenti fasi in cui la persona è contemporaneamente depressa ed eccitata (“stati misti”).

Per comprendere meglio la variabilità del tono dell’umore, possiamo pensare al termostato di un’abitazione: il compito del termostato è quello di mantenere la temperatura stabile e regolare e di rispondere ai cambiamenti dell’ambiente circostante. Il sistema limbico del nostro cervello rappresenta il termostato dello stato d’animo ed è incaricato di mantenerlo stabile e regolare, facendo sì che  risponda adeguatamente a stimoli e cambiamenti dell’ambiente. Nel disturbo bipolare il sistema limbico non funziona correttamente e questo fa sì che il tono dell’umore diventi variabile, instabile e indipendente dall’ambiente.

Il disturbo bipolare è uno dei disturbi psichici più significativi per l'ampiezza delle variazioni che provoca. Non si tratta di semplici « sbalzi d'umore », ma di un disturbo dell'umore caratterizzato dall'alternanza di fasi distinte: fasi di elevazione patologica dell'umore ( la mania o l'ipomania) e fasi di depressione, separate da periodi di equilibrio. Durante una fase maniacale, la persona può essere euforica, iperattiva, disinibita, sicura di sé al punto da correre rischi inconsiderati. Di contro durante una fase depressiva, può sprofondare in una profonda tristezza, una perdita di energia e di slancio vitale, a volte fino a un'intensa disperazione. Tra questi due poli, il comportamento, il giudizio, le relazioni e la vita quotidiana sono profondamente influenzati. Per la persona interessata, queste variazioni sono disorientanti e faticose; per i suoi cari, sono spesso incomprensibili, preoccupanti e difficili da gestire. Questo articolo mira a chiarire queste variazioni comportamentali: comprendere cosa accade in ogni fase, imparare a riconoscere i segnali premonitori e scoprire come reagire in modo adeguato, premuroso e rassicurante per la persona e per il suo entourage. Si rivolge sia alle persone interessate che ai loro cari

Il disturbo bipolare può essere curato; la cura del disturbo deve essere condotta da specialisti che conoscono bene tale malattia. Questa malattia è totalmente compatibile con una vita normale, brillante e produttiva, ma le cure cui ci si sottopone molto frequentemente spesso durano per tutta la vita. Alla stessa stregua delle malattie cardiologiche e del diabete, infatti, il disturbo bipolare è una malattia di lunga durata che deve essere controllata costantemente durante tutta la vita del paziente.
La prima cosa da comprendere è che il disturbo bipolare  non è un tratto di carattere, un capriccio o una mancanza di volontà. È un disturbo dell'umore di origine multifattoriale, dove intervengono fattori biologici, genetici e ambientali. Le variazioni d'umore che provoca non sono frutto di una scelta: la persona non « decide » di essere euforica e poi crollare, subisce queste oscillazioni che sfuggono al suo controllo volontario. Questa comprensione è fondamentale, poiché condiziona tutto l'accompagnamento: non si rimprovera a qualcuno di essere malato, si cerca di comprendere e sostenere. Un ulteriore elemento che contribuisce alla complessità del disturbo bipolare è la mancanza di consapevolezza di malattia (insight) e la sua ego-sintonicità, sia nella fase maniacale che in quella depressiva.

Comprendere la natura medica del disturbo permette anche di uscire dalla colpa e dal giudizio, da entrambi i lati. La persona interessata non è responsabile della sua malattia, anche se ha un ruolo attivo da svolgere nella sua gestione. Riconoscere che il disturbo bipolare è una malattia cronica, che si gestisce ma non  « guarisce » solo con la volontà, aiuta ciascuno ad adottare una postura più giusta: né negazione, né giudizio, ma comprensione, sostegno e appoggio sulle cure. Questa malattia, quando è correttamente diagnosticata e trattata, può essere stabilizzata, e molte persone bipolari conducono una vita soddisfacente. È questo messaggio di speranza, radicato nella cura, che deve guidare l'accompagnamento.
L’esordio può avere inizio con un grave episodio maniacale che può comportare il ricovero oppure essere più lieve e alternare fasi di sintomi ipomaniacali a lievi sintomi depressivi.
Le persone con disturbo bipolare hanno alternando episodi di euforia estrema (mania) e depressione maggiore.
Fase Maniacale: è caratterizzata da euforia, irrequietezza, energia, incoscienza, autostima e aspirazioni eccessive. Spiccata ed eccessiva loquacità, affiancata da un’agitazione psicomotoria, presentano una netta riduzione delle ore di sonno (3 sono sufficienti per sentirsi riposati). Ogni stimolo riesce a catturare l’attenzione, rendendoli perlopiù distratti. E ‘durante questo periodo che il paziente è più probabilità di impegnarsi in comportamenti a rischio.
Fase Depressiva: è caratterizzata da tristezza, sconforto, sensazione di vuoto, pessimismo, scoraggiamento e disperazione, alterazione del comportamento alimentare, alterazioni del sonno. Tutto è faticoso, l’Episodio Depressivo nel disturbo bipolare è inoltre caratterizzato da ricorrenti pensieri di morte, ideazione suicidaria con o senza pianificazione e tentativo di suicidio.

Cause
Secondo il National Institutes of Mental Health la maggior parte degli esperti concordano sul fatto che il disturbo bipolare non ha un’unica causa. È più probabile che sia il risultato di molti fattori che agiscono insieme.
Genetica; le persone con un parente di sangue che ha il disturbo bipolare hanno un rischio maggiore di svilupparla. Attualmente, i ricercatori stanno cercando di identificare quali geni sono coinvolti.
La predisposizione deve però essere attivata da diversi tipi di “stressor” ambientali, si può quindi parlare di una predisposizione genetica.
Caratteristiche biologiche; gli esperti dicono che i pazienti con disturbo bipolare hanno spesso cambiamenti fisici verificati a livello del sistema nervoso. Si ritiene che il disturbo bipolare possa essere causato da uno squilibrio cerebrale di alcune sostanze chimiche quali la dopamina e la serotonina. La dopamina può essere responsabile dei sintomi di illusione e di grandiosità, mentre la serotonina dei sintomi di ansia e di depressione.
Problemi ormonali; si pensa che squilibri ormonali possano innescare o causare disturbo bipolare.
Fattori ambientali; abusi, stress mentale, una “perdita significativa”, o un evento traumatico possono contribuire al rischio di disturbo bipolare.

Sintomi del disturbo bipolare
Ci sono tre grandi tipi di disturbo bipolare: 
Disturbo Bipolare di Tipo I, 
Disturbo Bipolare di Tipo II
Disturbo Ciclotimico

Disturbo bipolare di Tipo I
La caratteristica principale è la presenza di almeno un episodio di Mania o Misto e di un episodio Depressivo, secondo il DSM 5 i principali sintomi che caratterizzano il Disturbo Bipolare di Tipo I sono:

– Ridotto bisogno di sonno;

– Eloquio rapido e pressante, intrusivo, caratterizzato da teatralità, eccessivo gesticolare, tono e volume del discorso più importante di ciò che viene detto;

– Aumento e attivazione accompagnati da sintomi depressivi;

– Fuga delle idee, bruschi cambiamenti di pensiero, distraibilità;

– Eccessiva pianificazione e partecipazione ad attività multiple;

– Aumento della libido;

– Aumento della socievolezza;

– Irrequietezza;

– Grandiosità, scarso giudizio;

Disturbo Bipolare di Tipo II
È caratterizzato da Episodi Ipomaniacali e mancata interferenza con la vita quotidiana a livello di funzionamento sociale o lavorativo. Secondo il DSM 5 i principali sintomi che caratterizzano il Disturbo Bipolare di Tipo II sono:

– Episodi di alterazione dell’umore (uno o più Episodi Depressivi Maggiori con la durata di almeno due settimane, e almeno uno Ipo-manicale con la durata di almeno 4 giorni);

– Elevato rischio di suicidio;

– Messa in atto di comportamenti impulsivi;

– Livelli di creatività accresciuti;

Disturbo Ciclotimico
Problemi sociali molto evidenti, si alternano frequentemente periodi Ipomaniacali e sintomi Depressivi. Secondo il DSM 5 i principali sintomi che caratterizzano il Disturbo Ciclotimico sono:

– Alterazione dell’umore cronica, fluttuante;

– Periodi con sintomi ipomaniacali e depressivi

– Non sono però soddisfatti i criteri per durata, numero, gravità, pervasività.

In entrambi gli episodi maniacali e depressivi ci possono essere episodi di psicosi, durante il quale i pazienti non in grado di distinguere la fantasia dalla realtà.
I sintomi di psicosi possono includere deliri e allucinazioni

SAD (disturbo affettivo stagionale)
Nota anche come “depressione invernale”. Alcuni pazienti con disturbo bipolare hanno stati d’animo che oscillano a seconda delle stagioni, durante la tarda primavera e l’estate, hanno esperienza di mania o ipomania, mentre nel tardo autunno e inverno depressiva.

In età pediatrica (  i sintomi del disturbo bipolare)
L'importanza della diagnosi precoce
I bambini e gli adolescenti hanno più probabilità di avere attacchi di collera, cambiamenti di umore rapidi, scoppi di aggressività e rabbia esplosiva.
E ‘importante ricordare che il disturbo bipolare è una malattia mentale curabile, è possibile controllare i sintomi con cure adeguate e di condurre una vita normale e produttiva. Studi recenti hanno dimostrato che il disturbo bipolare spesso ha un esordio durante l’età pediatrica con una sintomatologia aspecifica, con un picco di incidenza dei primi episodi manicali e depressivi in età compresa tra i 15 e i 19 anni. 
Si ritiene che il sintomo maniacale più frequente nelle persone con esordio in età evolutiva della malattia sia l'irritabilità e nell'adolescenza l'iperattività
La diagnosi del disturbo bipolare nei bambini può essere difficile a causa della sovrapposizione dei sintomi con altre condizioni e dei segni sottili nei modelli di sbalzi d'umore. Tuttavia, la diagnosi precoce è fondamentale perché il disturbo bipolare non trattato può portare a un peggioramento dei sintomi e a difficoltà in varie aree della vita, tra cui gli studi e le relazioni sociali.

Disturbo bipolare e il disturbo schizo-affettivo: similitudini e differenze 
Il disturbo bipolare causa grandi sbalzi tra momenti di tristezza profonda (depressione) e momenti di grande energia o gioia (mania). Il disturbo schizo-ffettivo unisce questi sbalzi dell'umore ai sintomi della schizofrenia, come i deliri o le allucinazioni, che però possono durare anche quando l'umore è stabile.
Differenze Principali
Disturbo bipolare: I problemi di umore sono al centro. Se ci sono deliri o allucinazioni, compaiono soltanto durante le fasi di mania forte o di depressione grave.
Disturbo schizo-affettivo: I sintomi della psicosi restano presenti per almeno due settimane anche senza alterazioni importanti dell'umore. La persona vive un misto costante tra problemi psicotici e sbalzi affettivi.
Sintomi Comuni
Sbalzi di umore: Passaggi veloci o lenti tra tristezza, vuoto e grande euforia.
Psicosi: Voci che non esistono o idee false non legate alla realtà.
Problemi di pensiero: Difficoltà a concentrarsi o a parlare in modo chiaro

Come interviene la Gestalt
La psicoterapia della Gestalt non sostituisce i farmaci, ma offre un valido supporto integrato. Si concentra sul "qui e ora", sulla consapevolezza corporea e sulla relazione terapeutica per aiutare il paziente a riconoscere le oscillazioni emotive e ritrovare il contatto con l'ambiente. 
L'approccio gestaltico affronta il disagio non come un'etichetta rigida, ma come un'esperienza complessa da accogliere nel presente.
Aiuta la persona a sentire cosa accade nel corpo e nelle emozioni nel "qui e ora", senza giudizio. 
Guida e accompagna verso l'esplorazione del confine di contatto per comprendere bene come la persona si connette o si isola rispetto al mondo esterno durante le fasi di vuoto o di eccesso di energia. Il rapporto terapeutico inizia con l’ascolto del dolore del paziente: il terapeuta si sintonizza sul livello emotivo costituente lo stato fenomenologico della depressione. Il solo fatto di poterne parlare offre la possibilità di familiarizzare con il proprio malessere, di riconoscerlo e di conseguenza di averne meno timore. In questa prima fase non c’è soluzione né consolazione da ricercare ma attraverso il sentire le lacrime e il non senso, la persona è accompagnata gradualmente ad avvicinare il disagio per viverlo come realtà del presente, a riconoscere il flusso dei propri pensieri negativi, a prendere contatto con la corporeità immergendosi nelle sensazioni di oppressione e pesantezza. Un po’ alla volta egli entra in un tempo sospeso, un momento di vuoto dove inizia il processo di elaborazione del lutto, l’aggancio con una realtà non più solo passiva ma in cui trova la forza per una nuova responsabilizzazione. E’ questo il momento in cui il paziente può decidere di affrontare il processo terapeutico attraverso la rivisitazione di quei vissuti corporei che ha bloccato e irrigidito le sue modalità difensive e di divenirne consapevoli.
Un passaggio importante è anche l’espressione dell’aggressività repressa o passiva che la persona non osa esprimere per difendere la propria immagine, con il risultato di una grave perdita di energia vitale. La rabbia stimola la differenziazione e induce il coraggio per uscire dalla rassegnazione ed interpretare in maniera nuova e individualizzata ciò che l’esistenza offre, riconoscendo che questa vita è l’unica dimensione possibile in cui ricercare la propria realizzazione, creare relazioni e cogliere opportunità.
I disturbi dell'umore severi richiedono altresì un trattamento medico e farmacologico costante (come gli stabilizzatori dell'umore). La psicoterapia si inserisce all'interno di un piano di cura multidisciplinare con funzioni di sostegno emotivo e psicoeducativo per prevenire le ricadute.

Psicoterapeuta della Gestalt
Maria Cristina Siino 

Per chi vuole approfondire il disagio in questione propongo di leggere "Lo sbilico" di Alcide Pierantozzi, pubblicato da Einaudi il 30/09/2025, tempo di lettura 5–7 minuti ( romanzo-confessione in prima persona che esplora, dall'interno, il disturbo bipolare, l'autismo, la paranoia e la vita sul precipizio della malattia mentale). È letteratura che porta in superficie il dolore nella sua nuda verità, senza addolcirlo, trasformandolo in un linguaggio che non lascia indifferenti.