giovedì 19 febbraio 2026

La Quaresima come tempo di conversione. Ascoltare e digiunare.

 

Asteniamoci dall'usare parole che 
colpiscono e feriscono il prossimo. 
Disarmiamo il linguaggio, 
rinunciamo alle parole offensive, 
ai giudizi affrettati e alla calunnia

Messaggio di Papa Leone per la Quaresima 2026





Cari fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.

Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare

Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.

Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.

È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». 

Digiunare

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità».  Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana».

Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Fare comunione

Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.

Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.

giovedì 8 gennaio 2026

Serva di Dio Marianna Boccolini, 18 anni




Marianna nacque a Narni (Terni) il 7 maggio 1992 e fu battezzata il 12 settembre successivo. Bambina vivace, dalla precoce intelligenza, sin da piccola iniziò a scrivere pensieri e poesie, nei quali esprimeva il suo animo sensibile, buono, caritatevole. Come testimoniano i suoi insegnanti a scuola era diligente e si distingueva per le sue capacità, che, tuttavia, non teneva per sé come motivo di orgoglio, ma metteva a disposizione di tutti, specialmente di chi aveva più bisogno, avvicinandosi con delicatezza e offendo il suo aiuto, sempre con grande umiltà,


Nonostante la famiglia non fosse particolarmente religiosa, iniziò a maturare nel suo cuore un profondo senso dell’eterno, che seppe riconoscere nell’incontro con il Signore nella Prima Comunione quella gioia, che tutti cerchiamo e che riempie la vita in modo sovrabbondante.
All’età di 7 anni visse con sofferenza la separazione dei genitori e, qualche tempo dopo, se ne scusò affermando di essere stata egoista perché si era concentrata sul proprio dolore non pensando al fatto che anche i suoi genitori potessero soffrire tanto quanto me.
Un animo così sensibile e un’intelligenza così spiccata si realizzarono in una serie di interessi, che Marianna coltivava: la lettura, la pittura, la danza, la musica, attività nelle quali si impegnava con tutta se stessa per esprimere, attraverso di esse, la grandezza della sua anima.
Il suo interesse era particolarmente indirizzato verso la vita, ne sentiva il mistero, l’importanza, ma anche la fragilità e le difficoltà in un mondo che, come scriveva lei stessa, non mi piace affatto. Si riferiva a tutto ciò che vedeva intorno a sé: ingiustizie, discriminazioni, odio, povertà, guerre, malattie. Le grandi piaghe dell’umanità, che voleva baciare, fasciare, sanare, come il Buon Samaritano nel Vangelo. Per questo nella sua breve vita si impegna con tutte le sue forze per poter offrire quella goccia di bene, che, unita a tante altre, forma un oceano di bontà. Per questo indirizza anche la sua vita in modo chiaro, scegliendo il Liceo Classico in vista di un futuro come medico, per aiutare i più sofferenti. E, nonostante fosse spesso afflitta da forti emicranie, che la tenevano lontana dalle lezioni, riusciva sempre a mettersi in pari con gli altri, ottenendo risultati eccellenti in tutte le materie.

Marianna Boccolini rappresenta oggi un modello di compassione, perdono e speranza, soprattutto per i giovani. La sua testimonianza dimostra che la santità non è riservata a chi compie grandi gesti pubblici, ma può germogliare nei piccoli atti quotidiani, nell’attenzione agli altri, nel perdono generoso e nella fede sincera. La sua vita è un invito a guardare le piccole cose con gratitudine e a perseguire il bene ovunque, trasformando ogni giorno in un’occasione di amore e luce per il mondo
Nel cammino di fede, semplice ma concreto, che segue la sostiene l’esempio dei santi, ai quali guarda come a modelli di vita da seguire e da far seguire. E’ san Francesco il santo che sente più vicino, ma guarda anche ad altre figure a san Giovanni Paolo II, a Madre Teresa di Calcutta, ai santi della porta accanto, come un’anziana amica di famiglia: Il cammino che essi seguono – scrive – è il percorso che noi tutto dovremmo seguire perché è l’unico che può condurre alla felicità. Quelli che agli occhi dei più possono sembrare dei deboli, dei perdenti, in realtà agli occhi di Dio sono più grandi perché hanno saputo riconoscere le vere qualità dell’animo umano da coltivare, perché hanno saputo vedere quello che non tutti vedono, perché hanno saputo sacrificarsi e battersi per i grandi ideali cristiani.

Nonostante fosse allegra, spensierata, gioiosa il suo cuore era sempre rivolto a chi aveva bisogno di una parola, di un aiuto, di un sorriso. La sua dote era proprio quella di sentire con gli altri, di capire il vuoto causato dal dolore, dalla sofferenza, dalla perdita e riuscire a rendersi presente, anche con il silenzio, riempiendo quel vuoto, aiutando l’altro a rialzarsi, a vedere la luce. Come testimonia una sua amica: Aveva una qualità che possiedono solo pochi, sapeva prima di tutto ascoltare e capire con l’umiltà di chi è disposto a conoscere prima di giudicare.
Nelle sue riflessioni sembra notarsi un qualche presagio della sua prematura scomparsa, già a 11 anni scriveva: Io ti lodo, Signore, e ti ringrazio per il dono della vita, insuperabilmente bello e prezioso, e io ti prego perché tutti si rendano conto di quello che hanno e perché imparino ad amarlo e apprezzarlo… La vita è una sola e non si può avere due volte ed è per questo che si deve riuscire a viverla serenamente poiché la pace, la gioia, la bontà inizia nei piccoli luoghi, inizia da noi.
E lei viveva così, come se ogni giorno fosse l’ultimo, non con paura ma con pienezza: ogni sua azione, ogni suo incontro, ogni sua parola erano compiuti con totalità d’amore, donando tutta se stessa per lasciar trasparire dalla sua vita la luce di Cristo.


Nell’estate del 2010 iniziò a frequentare, con altri amici, Amedeo, un giovane che era da poco rimasto orfano della mamma. Sapeva che quel ragazzo aveva bisogno d’amore e quella fu l’ultima missione che accettò dal Signore. Alla mamma, preoccupata per il modo in cui il ragazzo guidava, disse: Mamma, non lo giudicare mai, qualunque cosa accada. Parole che, alla luce dei fatti che seguirono, sembrano profetici.
Il 18 agosto, infatti, mentre si trovava in macchina con Amedeo, a seguito di un tragico incidente, perse la vita insieme ad altri due amici, che erano con loro. Il giovane, miracolosamente scampato alla morte, riuscì a estrarre il suo corpo prima che l’automobile prendesse fuoco.
Nelle settimane precedenti aveva preparato la mamma a quella dolorosa perdita: Mamma, tu devi vivere, tanto noi staremo insieme per sempre. E una volta, prendendo l’abito da sposa della madre, le disse: Tienilo da parte, lo indosserò il giorno più importante della mia vita. Venne, infatti, vestita con quell’abito per il suo ultimo viaggio verso il Cielo. La tomba di Marianna si trova al cimitero di Narni Scalo (TR), ad essa si avvicinano tanti visitatori – persone conosciute o anonime – per lasciare un fiore, un biglietto, dire una preghiera o accendere un ricordo, per vedere il sorriso luminoso di lei nella grande foto della parete di fondo, che la ritrae vestita da sposa, come a invitare chi passa ad entrare nella sua cappella per conoscerla e confidarle qualche segreto. Sopra la scritta “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5) è stata collocata l’immagine del Crocifisso di San Damiano, da lei amata.

Ai funerali era presente anche Amedeo, involontario responsabile della morte di Marianna, era lì perché Marianna lo aveva già perdonato, e aveva chiesto alla madre di perdonarlo ancor prima di sapere ciò che sarebbe successo. Quel perdono, quell’amore di Marianna, furono il sostegno di Amedeo nella sua difficile vita, che gli riservò anche il dolore della perdita del fratello. Come disse lui stesso alla madre di Marianna: So che ce la farò ad andare avanti grazie alla fede che mi avete trasmesso tu e Marianna. Sulla tomba di Marianna cominciò un’incessante processione di persone, giovani e adulti, che, riconoscendone la santità, a lei affidano le loro preghiere e sofferenze, è divenuta così il medico per i più sofferenti, proprio come voleva. Facendo seguito alla perdurante fama di santità il vescovo di Terni-Narni-Amelia, ottenuto il parere favorevole della Conferenza Episcopale Umbra e con il permesso della Santa Sede, il 7 giugno 2025 si è aperta l’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione..