NON VI CHIAMO PIU' SERVI MA AMICI
Ricordiamo poi che le nostre mani sono state unte con l'olio che è il
segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La
mano dell'uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua
capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il
Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel
mondo, diventino le sue. Vuole che non siano più strumenti per prendere
le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso,
ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del
suo amore. Vuole che siano strumenti del servire e quindi espressione
della missione dell'intera persona che si fa garante di Lui e lo porta
agli uomini. Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue
facoltà e, generalmente, la tecnica come potere di disporre del mondo,
allora le mani unte devono essere un segno della sua capacità di donare,
della creatività nel plasmare il mondo con l'amore – e per questo,
senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Nell'Antico Testamento
l'unzione è segno dell'assunzione in servizio: il re, il profeta, il
sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso. In un certo
qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si
mette a disposizione di uno più grande di lui. Se Gesù si presenta oggi
nel Vangelo come l'Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio
dire che Egli agisce per missione del Padre e nell'unità con lo Spirito
Santo e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità, un nuovo
sacerdozio, un nuovo modo d'essere profeta, che non cerca se stesso, ma
vive per Colui, in vista del quale il mondo è stato creato. Mettiamo le
nostre mani oggi nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di
prenderci sempre di nuovo per mano e di guidarci.
Nel gesto sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del
Vescovo è stato il Signore stesso ad imporci le mani. Questo segno
sacramentale riassume un intero percorso esistenziale. Una volta, come i
primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola:
"Seguimi!" Forse inizialmente lo abbiamo seguito in modo un po'
malsicuro, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada fosse
veramente la nostra. E in qualche punto del cammino abbiamo forse fatto
l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa, siamo cioè rimasti
spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito e per
l'insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare
indietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" (Lc
5, 8) Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti
a sé e ci ha detto: "Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu non
lasciare me!" E più di una volta ad ognuno di noi è forse accaduta la
stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al
Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e che
stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato: "Signore, salvami!"
(Mt, 14, 30). Vedendo tutto l'infuriare degli elementi, come
potevamo passare le acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso
e dello scorso millennio? Ma allora abbiamo guardato verso di Lui … ed
Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato un nuovo "peso specifico":
la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto. E poi
ci dà la mano che sostiene e porta. Egli ci sostiene. Fissiamo sempre
di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui.
Lasciamo che la sua mano ci prenda, e allora non affonderemo, ma
serviremo la vita che è più forte della morte, e l'amore che è più forte
dell'odio. La fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il mezzo grazie
al quale sempre di nuovo afferriamo la mano di Gesù e mediante il quale
Egli prende le nostre mani e ci guida. Una mia preghiera preferita è la
domanda che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione:
"…non permettere che sia mai separato da te". Chiediamo di non cadere
mai fuori della comunione col suo Corpo, con Cristo stesso, di non
cadere mai fuori del mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci
mai la nostra mano…
Il Signore ha posto la sua mano su di noi. Il significato di tale
gesto lo ha espresso nelle parole: "Non vi chiamo più servi, perché il
servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv
15, 15). Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole si potrebbe
addirittura vedere l'istituzione del sacerdozio. Il Signore ci rende
suoi amici: ci affida tutto; ci affida se stesso, così che possiamo
parlare con il suo Io – in persona Christi capitis. Che fiducia!
Egli si è davvero consegnato nelle nostre mani. I segni essenziali
dell'Ordinazione sacerdotale sono in fondo tutti manifestazioni di
quella parola: l'imposizione delle mani; la consegna del libro – della
sua parola che Egli affida a noi; la consegna del calice col quale ci
trasmette il suo mistero più profondo e personale. Di tutto ciò fa parte
anche il potere di assolvere: Ci fa partecipare anche alla sua
consapevolezza riguardo alla miseria del peccato e a tutta l'oscurità
del mondo e ci dà la chiave nelle mani per riaprire la porta verso la
casa del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È questo il
significato profondo dell'essere sacerdote: diventare amico di Gesù
Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni giorno di nuovo.
Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. In questa
comunione di pensiero con Gesù dobbiamo esercitarci, ci dice san Paolo
nella Lettera ai Filippesi (cfr 2, 2-5). E questa comunione di
pensiero non è una cosa solamente intellettuale, ma è comunanza dei
sentimenti e del volere e quindi anche dell'agire. Ciò significa che
dobbiamo conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo,
vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui. Ascoltarlo – nella
lectio divina, cioè leggendo la Sacra Scrittura in un modo non
accademico, ma spirituale; così impariamo ad incontrare il Gesù presente
che ci parla. Dobbiamo ragionare e riflettere sulle sue parole e sul
suo agire davanti a Lui e con Lui. La lettura della Sacra Scrittura è
preghiera, deve essere preghiera – deve emergere dalla preghiera e
condurre alla preghiera. Gli evangelisti ci dicono che il Signore
ripetutamente – per notti intere – si ritirava "sul monte" per pregare
da solo. Di questo "monte" abbiamo bisogno anche noi: è l'altura
interiore che dobbiamo scalare, il monte della preghiera. Solo così si
sviluppa l'amicizia. Solo così possiamo svolgere il nostro servizio
sacerdotale, solo così possiamo portare Cristo e il suo Vangelo agli
uomini. Il semplice attivismo può essere persino eroico. Ma l'agire
esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde efficacia, se non
nasce dalla profonda intima comunione con Cristo. Il tempo che
impegniamo per questo è davvero tempo di attività pastorale, di
un'attività autenticamente pastorale. Il sacerdote deve essere
soprattutto un uomo di preghiera. Il mondo nel suo attivismo frenetico
perde spesso l'orientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano
distruttive, se vengono meno le forze della preghiera, dalle quali
scaturiscono le acque della vita capaci di fecondare la terra arida.
Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è
l'essere amici di Gesù Cristo. Solo così possiamo parlare veramente in persona Christi,
anche se la nostra interiore lontananza da Cristo non può compromettere
la validità del Sacramento. Essere amico di Gesù, essere sacerdote
significa essere uomo di preghiera. Così lo riconosciamo e usciamo
dall'ignoranza dei semplici servi. Così impariamo a vivere, a soffrire e
ad agire con Lui e per Lui. L'amicizia con Gesù è per antonomasia
sempre amicizia con i suoi. Possiamo essere amici di Gesù soltanto nella
comunione con il Cristo intero, con il capo e il corpo; nella vite
rigogliosa della Chiesa animata dal suo Signore. Il mondo ha bisogno di Dio –
non di un qualsiasi dio, ma del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è
fatto carne e sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è
risorto e ha creato in se stesso uno spazio per l'uomo. Questo Dio deve
vivere in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale:
solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti. Si
diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del
mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria
carne fino in fondo come ha fatto Gesù". Gesù ha assunto la nostra
carne. Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire nel mondo e
trasformarlo. Amen!


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